Stuzzicati dalla direzione artistica all’insegna del low poly e incuriositi dai tanti riconoscimenti assegnatigli dalle testate statunitensi, ci siamo avvicinati timidamente a Mulaka, un indie dall’intento antropologico. Lienzo infatti rielabora in forma interattiva i miti e le leggende dei Tarahumara, una civiltà indigena del Messico settentrionale, che a oggi conta fra i 50.000 e i 70.000 individui. Nasce così un racconto quasi onirico, anima di un gioco palesemente ispirato a Okami.

Per molti anni il genere umano e le creature delle lande desolate – nel bestiario si contano mantidi antropomorfe, rane dalle dimensioni ciclopiche e teschi fiammeggianti – hanno vissuto in perfetta armonia, un delicato equilibrio ora venuto meno. La situazione è davvero disperata: la popolazione batte in ritirata e si rifugia in piccoli insediamenti, martoriata dai continui assalti e dalle scorribande delle mostruosità. Una luce di speranza giunge nell’ora più buia e si plasma in un giovane sciamano, discendente di un nobile lignaggio. Cuore puro e fisico statuario, imbraccia la lancia e inizia un lungo viaggio, conscio che gli dei mai lo tradiranno. Mulaka è un po’ una fiaba, ha i contorni sfumati delle storie che si tramandano di padre in figlio, da una generazione all’altra. Nel suo piccolo, un briciolo di fascino ce l’ha. Sfortuna vuole che il gioco sia deficitario e maldestro dove più conta, al di là della cornice, nella sua essenza.

Mulaka screenshot

Sukurúam ha a disposizione la sola lancia per difendersi

Mulaka propone una struttura ellittica, che si trascina stancamente per quasi tutti i livelli che lo compongono. Si procede fra un combattimento e l’altro, correndo alla spasmodica ricerca di tre oggetti, globi che sbloccano l’accesso all’immancabile boss. Conclusa questa formalità, si passa alla sezione successiva, ricominciando la trafila dal principio. In un maldestro omaggio ad Assassin’s Creed, Lienzo infonde nel protagonista un innato sesto senso, l’equivalente dell’occhio dell’aquila: premendo il tasto dorsale si ha un’idea sommaria di quanto siano distanti i bonus e gli elementi chiave, in modo da poterli raggiungere il più velocemente possibile, senza perdersi nel nulla di deserti, paludi e foreste. Una struttura così esile sarebbe stata vagamente accettabile solo in presenza di un sistema di combattimento dignitoso, qui ovviamente non pervenuto. Quando le combo si reggono su un paio di variazioni sul tema, la noia diventa il minimo comune denominatore. Le restanti meccaniche di gioco sono ancor più inconcludenti, al punto da far rimpiangere il poco ripetuto fino allo sfinimento. Preferiamo stendere un velo pietoso sul penultimo atto, un’agghiacciante sezione à la Shadow of the Colossus, un coacervo di bizzarre e surreali compenetrazioni poligonali, un passaggio reso ancor più sopportabile dalla letargica risposta ai comandi, costante questa dell’intero avventura.

Mulaka è a dir poco sconfortante”Non lasciatevi traviare dalle istantanee a corredo di questo articolo, altro non sono che un raggiro: la resa visiva di Mulaka è a dir poco sconfortante, un quadro a tinte fin troppo fosche. Qui il low poly non è una cifra stilistica, ma una pigra e indolente scappatoia, una sottile patina di nulla stesa a coprire il niente. Le ambientazioni sono spoglie e spettrali, si sviluppano in aree che scivolano senza lasciare traccia. La modellazione poligonale del protagonista e delle sue nemesi lascia perennemente a desiderare, con figure che si reggono su una manciata di quadrangoli, ricoperti per giunta da texture piatte e approssimative. Una precisazione a questo punto si rende doverosa: Mulaka non è spinto da un motore grafico creato da zero, ma poggia su Unity, un engine dalle grandi potenzialità. Lienzo le ignora in toto, non sfruttandole minimamente.

Mulaka screenshot

I poteri delle divinità rendono il gioco solo leggermente più vario

Mulaka è un titolo che non merita di essere preso in considerazione, perché non ha senso di esistere, non ha ragion d’essere. È un ricettacolo di bug e difetti marchiani, mal celati dal presunto intento antropologico, un paravento di carta velina e legno tarlato. L’oggetto del contendere è proprio qui, nel valore attribuito alla resa in digitale del folklore Tarahumara, le deboli fondamenta su cui Lienzo ha strutturato l’insieme. Tutto nasce in funzione di questo aspetto, ai nostri occhi comunque trascurabile, perché il tema è trattato in maniera fin troppo superficiale. Mulaka non può avere la profondità di un saggio accademico, ne siamo consapevoli. Eppure siamo convinti che si possa e si debba dare di più.

Oltreoceano Mulaka è stato ben valutato, sono numerose le testate che hanno elogiato il gioco, sostenendo che la povertà di idee possa passare in secondo piano, in presenza dalla più importante sfumatura umanistica. Noi prendiamo immediatamente le distanze da questa corrente di pensiero, che non condividiamo affatto. A nostro parere si tratta di un’esperienza da bocciare in toto, per un semplice motivo, quasi lapalissiano: Mulaka non diverte in alcun modo, è un action adventure nefasto, derivativo e per nulla ispirato. E questo a prescindere dalle disquisizioni in punta di forchetta.

VOTO4
Tipologia di gioco

Mulaka è un action adventure che affonda le sue radici nel folklore Tarahumara, una civiltà indigena del Messico settentrionale.

Come è stato giocato

Abbiamo testato il gioco grazie a un codice download, provandolo in versione PC. Mulaka è anche disponibile nei formati Nintendo Switch, PlayStation 4 e Xbox One.