Chi se lo sarebbe mai aspettato che Pikmin, nella sua trasmigrazione verso i sistemi portati, avrebbe abiurato la sua fedeltà agli strategici in tempo reale, in favore del più democratico, noto e (forse) ideale genere dei platform bidimensionali?

L’intera operazione di mercato indetta, avvallata e prodotta da Nintendo deve essere analizzata e valutata proprio attraverso questo filtro, ennesimo segno e segnale che indica l’estrema lucidità del colosso nipponico quando si tratta di valorizzare le ip, i brand, il portfolio da cui possono attingere artisti, game designer, first e second party poste sotto la sua ala protettrice.

Come sempre, per sollevare un oggetto da trasformare in prezioso Luminum, dovrete disporre di un numero minimo di Pikmin. Salvaguardarne l’incolumità, in certi passaggi, sarà fondamentale per completare il livello di turno.

Ad Arzest, chiamata al grande riscatto dopo il passo falso che risponde al nome del deludente e scialbo Yoshi’s New Island, è stata assegnata una commissione potenzialmente mortale, complessa, certamente gravosa, visto il successo e la qualità media che ha sempre contraddistinto la saga sin dai tempi del primissimo episodio, pubblicato originariamente su Game Cube nell’ormai lontano 2002.

Touch-screen e analogici, lo abbiamo parzialmente visto su Wii U, potevano potenzialmente funzionare alla grande anche su Nintendo 3DS, strumenti ideali per la composizione di uno strategico in tempo reale che, fondamentalmente, vista la penuria di congeneri, avrebbe certamente avuto vita facile nel fare breccia nei cuori degli appassionati.

Hey! Pikmin è un platform atipico. Non ci sono piattaforme da saltare, non nel senso canonico del termine quantomeno, né bisogna sviluppare riflessi fulminei per raggiungere il traguardo del livello di turno”

La voglia di rinnovare la saga, o più probabilmente la relativa arretratezza dell’hardware ospitante, che non avrebbe permesso la perfetta gestione di tanti personaggi in movimento sugli schermi, ha spinto Nintendo in primis, Arzest in seconda battuta, a regalare ai fan, più che un sequel vero e proprio, uno spin-off, per non dire un reboot.

Le premesse narrative, del resto, ne hanno tutta l’aria, visto il ripetersi, quasi identico beninteso, della stessa serie di sfortunati eventi che avevano già costretto in passato il Capitano Olimar ad effettuare un atterraggio di fortuna sul misterioso pianeta in cui abitano i Pikmin. Fattorino spaziale di un pianeta alieno, il nostro precipita rovinosamente sulla superficie dopo aver impattato con un asteroide, costretto a recuperare trentamila unità di Luminum, il carburante di cui si alimenta il suo vascello, per poter così riconquistare le stelle e ritrovare la via di casa.

Non ci sono i pezzi da recuperare, uno ad uno, spesso affrontando bestie fameliche, ma la solfa, in soldoni, è sempre la stessa, così come, a grandissime linee, il modo scelto dall’impavido Olimar per tirarsi fuori dai guai: sfruttare le abilità, la forza, il coraggio dei piccoli Pikmin, chiamati a svolgere il lavoro sporco al posto del Capitano.

Hey! Pikmin è un platform atipico. Non ci sono piattaforme da saltare, non nel senso canonico del termine quantomeno, né bisogna sviluppare riflessi fulminei o una precisione millimetrica con il pad per raggiungere il traguardo del livello di turno. È necessario, piuttosto, usare la testa sia per capire come disfarsi dei nemici, sia per raggirare l’ostacolo di turno o per imboccare un sentiero segreto ricco di bonus e ricompense extra.

Il principio di fondo è lo stesso di sempre: i Pikmin rossi sono i migliori per stendere gli animali selvatici, i gialli possono resistere all’elettricità, quelli blu sopravvivono sott’acqua e così via. Ogni livello vi vedrà impegnati, in primis, a scovare i piccoli esserini nascosti nell’erba alta, per poi utilizzarli, lanciandoli con l’aiuto del pennino, dovunque sia richiesta la loro manodopera.

Hey! Pikmin screenshot

Alla fine di ogni livello, le creature sopravvissute confluiranno nel Parco Pikmin, un’ambientazione che potranno esplorare liberamente a caccia di Luminum extra.

Tra ostacoli ambientali e nemici da abbattere, come dicevamo, è fondamentale l’uso della materia grigia per capire il modo più efficace ed efficiente per compiere ogni azione sia nel tentativo di racimolare il Luminum, sotto forma di monete dorate piuttosto che di oggetti da raccogliere, sia per raggiungere illesi la fine del livello. Tra massi da spingere, leve da azionare e, naturalmente, giganteschi boss da abbattere a suon di testate, la perfetta gestione dei piccoli soldati si rivelerà fondamentale per evitare perdite inutili, tanto più che, lo ripetiamo, ogni tipologia di Pikmin gode di specifiche abilità che li rendono adatti ad un certo tipo di compito, piuttosto che gli unici in grado di sopravvivere in particolari condizioni ambientali.

Olimar, per quanto impacciato e lento nei movimenti, può sfruttare per pochi secondi il suo jetpack, utilissimo per raggiungere piattaforme sopraelevate, nonché affidarsi al fischietto per richiamare il manipolo di Pikmin quando si allontanano troppo o si distraggono in azioni inutili alla causa. A riconferma che si tratta di un platform assolutamente atipico, insomma, non c’è alcuna possibilità di saltare, né di incappare in qualche sezione dai ritmi particolarmente indiavolati o accelerati.

Laddove il sistema di controllo, che si affida all’accoppiata stick e stilo per controllare avatar e Pikmin al seguito, funziona alla grande, il level design, purtroppo, non rispecchia la classica freschezza e genialità a cui ci hanno abituato, da sempre, le produzioni Nintendo. Non che non manchino soluzioni originali, soprattutto quando si tratta di nascondere tesori extra, ma l’avventura arranca un paio di volte di troppo, costretta in ritmi fin troppo blandi che fanno rimpiangere il senso d’urgenza, dovuto all’inesorabile scorrere del tempo e dei giorni virtuali entro cui completare l’avventura, esperito da qualsiasi utente ai tempi dell’originale.

Come se non bastasse, soprattutto nella prima parte dell’avventura, il riciclo di meccaniche ludiche, di soluzioni di level design è evidentissimo, a tutto svantaggio di coinvolgimento e divertimento.

Arzest, insomma, paga la sua relativa inesperienza, nonché mancanza di talento, la stessa che condannò alla mediocrità Yoshi’s New Island. Hey! Pikmin si salva grazie alla bontà di fondo del gameplay, frutto di un concept ereditato di sana pianta, evidentemente tanto vincente e convincente da sopravvivere anche alla trasmigrazione verso una tipologia di console completamente diverso, gli handheld per l’appunto, nonché ad un cambio radicale di genere di riferimento.

Hey! Pikmin screenshot

Nonostante il gioco abbondi di checkpoint e spot in cui rifornirsi di Pikmin, per recuperare alcuni tesori sarete comunque costretti a riaffrontare per intero il livello di turno nel caso in cui fallirete a completarne correttamente un passaggio.

Gli esperti, i fan di lunga data di Nintendo si ritroveranno tra le mani un prodotto chiaramente ben realizzato, anche sotto il profilo artistico e tecnico, purtroppo privo del quid, del guizzo di coraggio e genialità tale da renderlo un platform bidimensionale sopra la media. Si tratta un esperimento ampiamente riuscito, un prodotto bizzarro che rilegge con successo i canoni del genere, purtuttavia chiaramente derivativo, privo di quell’originalità e della freschezza di idee che generalmente caratterizzano le produzioni della Grande N.

Consigliato ai fan della saga, nonché a chi cerca qualcosa di lievemente diverso dal solito, a patto di digerirne i ritmi compassati.

VOTO7,5
Tipologia di gioco

Hey! Pikmin è un platform bidimensionale in cui bisogna sfruttare le abilità e i poteri speciali delle piccole creature al soldo del Capitano Olimar per raggirare gli ostacoli e abbattere i nemici.

Come è stato giocato

Nintendo ci ha fatto dono di un codice review del gioco. Lo abbiamo completato in una decina di ore, lasciandoci alle spalle qualche tesoro facoltativo.