Nella quasi totalità delle discussioni relative all’analisi di un videogioco, di un film, di un fumetto o di qualsiasi altro mezzo di comunicazione, ci capiterà quasi sempre di ritrovarci di fronte a un dibattito sulla bellezza o bruttezza di un’opera in esame. “Questo gioco è bello?”, “il film ti è piaciuto?”, “ti sei divertito leggendo quel libro?”, e via dicendo. Questo genere di valutazioni ha numerosi pregi: ad esempio, per chi conosce già la firma, la penna o la mente dietro quel giudizio (dalla recensione sul grande sito fino al commento al bar), queste opinioni rappresentano una sorta di garanzia, una sicurezza al momento dell’acquisto. Inoltre, sono giudizi qualitativi che permettono a chi li mette in atto di spaziare a livello creativo, di raccontare della propria esperienza, sommando al valore dell’opera quello delle loro capacità espositive, letterarie, del loro portato umano. Quando però le opinioni di questo genere cozzano tra loro, ad esempio tra due persone che hanno idee totalmente opposte relativamente alla bellezza di un film, si giunge spesso a una situazione di stallo, di chiusura e di rottura dell’equilibrio del dibattito, dato che un giudizio basato sul bello è talmente soggettivo da poter rendere a volte impossibili visioni differenti dalla propria. In sostanza, la bellezza di esperienze di questo genere, solitamente, è così personale e legata a singole prospettive e visioni della realtà che anche solo lievi distinzioni cambiano radicalmente il giudizio, e diventa impossibile metterlo in discussione, in molti casi.

Ovviamente, non è necessario che qualcosa sia da discutere per forza, che sia funzionale alla costruzione di un dibattito, un discorso. Al contempo, è triste notare come anche nel settore della critica e dell’approfondimento si tenda generalmente a costruire l’analisi di un’opera solo da un punto di vista esclusivamente basato sulla valutazione della bellezza della stessa: con le dovute differenze e distinzioni tra cinema, videogioco, letteratura e musica, la maggioranza delle recensioni si arrestano su questa prospettiva. Perché cambiarla, allora, se lo standard generale è questo? In primis, per quanto detto prima: se non è obbligatorio generare dibattito sul giudizio di un’opera, è anche vero che la stessa, se non viene in qualche modo commentata, recepita o discussa da un pubblico, per quanto misero, sostanzialmente non esiste, soprattutto nella società dei media odierna. Inoltre, una volta che sarà stata discussa, non può evolversi ed espandersi se il dibattito intorno a essa ristagna di conflitti soggettivi e personali.

“è triste notare come anche nel settore della critica e dell’approfondimento si tenda generalmente a costruire l’analisi di un’opera solo da un punto di vista esclusivamente basato sulla valutazione della bellezza della stessa”Infine, la valutazione in funzione della bellezza rischia di rendere sempre più sbilanciata la varietà del contesto culturale, poiché col tempo, erodendo con l’occupazione dello spazio del dibattito le opinioni che la pensano diversamente, la valutazione soggettiva tenderà a essere sempre più omogenea, per quanto comunque personale. Non è un caso se il settore videoludico o del cinema mainstream offrono spesso valutazioni sostanzialmente uguali per tantissimi prodotti: non si tratta, come un complottista potrebbe pensare, di recensioni comprate e pagate dalle aziende, ma di una semplice omogeneità di prospettive sul contenuto offerto da studio X o compagnia Y, proprio perché figlie di decenni di dibattito basato sul bello che ha eroso nel tempo le visioni differenti. In sostanza, non mettono tutti nove a FIFA (giuro, è per fare un esempio!) perché pagati da EA, ma perché riconoscono che rispetto allo standard di bellezza di un arcade calcistico si trovano di fronte a qualcosa di considerabile come bello. Cosa che, personalmente, vale anche per il sottoscritto.

Red Dead Redemption 2 screenshot

Com’è possibile giudicare un’opera così densa di temi come Red Dead Redemption 2 solo in base al criterio della bellezza?

Dato tutto questo, abbiamo bisogno di una nuova prospettiva con cui guardare agli oggetti culturali, e soprattutto ai media e all’intrattenimento. A mio parere, potremmo provare a far coesistere l’urgenza del bello con la possibilità dell’interessante. Perché sarebbe utile fare questo tentativo? In primis, il tema dell’interessante potrebbe dare molta più giustizia ai significati potenziali di un’opera rispetto al bello, perché mentre quest’ultimo si presta facilmente ad analisi impermeabili a fattori esterni, il secondo può legarsi con estrema facilità a numerose e diverse discipline, competenze e prospettive, e soprattutto può inserirsi facilmente in un discorso più prolifico e proficuo, in cui è più facile che opinioni divergenti tentino di incontrarsi. La quasi totale assenza della prospettiva dell’interessante è in un certo senso confermata dal contesto comunicativo dei social odierno, in cui la pubblicazione di articoli incentrati su certi temi affrontati, seppur involontariamente, da numerosi film, videogiochi, rende infuocate le discussioni sul web. L’idea che un’opera o un prodotto possano essere approcciati da una prospettiva legate all’interesse verso un tema specifico è talmente assurda che in molti traducono il tutto come un tentativo di sminuire il bello dell’oggetto culturale stesso. Tra i casi più eclatanti degli ultimi anni, gli articoli sull’animalismo in Monster Hunter e quello sulla schiavitù ne La Terra di Mezzo: L’Ombra della Guerra, privi di alcuna critica relativa al bello dei due giochi, ma incentrati sull’interessante dei modi in cui i due prodotti affrontavano questi due temi: non c’è bisogno di dire che entrambi sono stati criticati sulla base del “se non volevi roba simile, compravi altro”. Il bello è oramai non solo standardizzato, ma ampiamente prevedibile ben prima dell’acquisto del prodotto, e quindi la decisione di voler comunque provare quell’opera per interesse viene considerata come un errore, perché se sai di avere un’idea diversa di bello, sei tu in fallo.

Tralasciando la tristezza causata dal dominio di quest’approccio da intrattenimento in tutti i campi dell’arte e della comunicazione, mi preme sottolineare come l’interessante possa dare anche più spazio e giustizia alle opere culturali odierne, oramai così complesse e multimediali da rendere praticamente necessario un approccio multidisciplinare nell’analisi delle stesse. Si pensi ai due colossi dell’ultimo anno dei due mercati più grandi dell’intrattenimento: Red Dead Redemption 2 e Avengers: Endgame. Tra storia, ricezione del pubblico, marketing, cinema, game design, narrativa e mercato, decine di prospettive e discipline concorrono nel costruire veri e propri manifesti dell’intrattenimento contemporaneo. Come possiamo limitarci alla prospettiva del bello, quando l’impatto di queste opere è oramai così rilevante e internazionale da inserirsi in campi profondamente diversi dal semplice giudizio qualitativo? Che, sia ben chiaro, non deve essere sostituito, ma accompagnato dall’alternativa dell’interessante, per rendere evidente a tutti che oltre la prospettiva soggettiva del bello esistono miriadi di significati diversi, a volte in conflitto tra loro e a volte in perfetta simbiosi, che non siamo in grado di cogliere o che intuiamo ma non facciamo nostri, o che semplicemente non abbiamo mai notato perché, effettivamente, privi degli strumenti per farlo. Un cambiamento non troppo radicale, che in molti hanno già iniziato a fare, e che ci permetterebbe di arricchire incredibilmente il dibattito pubblico e, di conseguenza, la varietà e l’originalità dell’arte. E quindi, infine, di migliorare anche il bello.