L’apocalisse ha sempre fatto parte della carriera di molti videogiocatori, fosse quella restaurata di Resident Evil 2 o quella più emozionale di Telltale’s The Walking Dead o ancora quella più caciarona di un qualsiasi capitolo di Dead Rising. Pure quando, tra un colpo di balestra e uno di pistola, maneggiare un mondo piegato dal virus fa solo da sottofondo al rapporto viscerale ed autentico dei protagonisti del primo The Last of Us. Non potevamo tirarci quindi indietro quando Sony e SIE Bend Studio ci hanno chiamati a contrastare l’ennesima minaccia non morta, quella di Days Gone. L’evento ci ha permesso di familiarizzare ancora una volta con la storia di Deacon St. John, volto, distorto dalle cicatrici e da una barba inevitabilmente incolta, di un’esclusiva che ha spalancato le sue porte in circa tre ore di puro gameplay. Abbiamo potuto saggiare la bontà dell’impianto narrativo grazie alla prima ora di gioco, per poi mettere alla prova il sistema di crescita e le sessioni free roaming in una fase decisamente più avanzata dell’avventura. Una prova che ha saputo diradare i dubbi ma ne ha creati di nuovi.

La storia di Days Gone comincia proprio nel bel mezzo del disastro. Pochissimo sappiamo dell’epidemia che trasforma gli esseri umani in Freaker: razionalità e sentimenti hanno lasciato il passo all’aggressività e ad una incontrollabile fame cannibale. Nel corso della prima ora la produzione mette subito in chiaro quanto il mondo sia sull’orlo del collasso, uno scenario visto decine di volte tra letteratura, cinema e piccolo schermo, ma ancora stuzzicante. Non nasconde mai la sua natura ludica tanto vicina alla scuola Sony degli ultimi due anni, quella che, pur in un mondo devastato dall’apocalisse e pennellato da una struttura aperta, fa proprio della narrazione il suo cavallo di battaglia. È chiaro che il team di sviluppo non sia andato alla ricerca di un taglio originale o innovatore, ma che abbia puntato su una ambientazione efficace, sulle atmosfere e sul carisma dei personaggi, valorizzando il tutto con una sceneggiatura dal forte impatto, capace di risvegliare forti e contrastanti emozioni, fino ad un epilogo che rischia seriamente di non regalarci un lieto fine.

Una predisposizione al racconto papabile fin dalla sequenza iniziale, che mostra Decon St. John costretto a compiere una difficile scelta per garantire la sopravvivenza della moglie Sarah, costretto a lasciarla andare, quasi a spingerla – gravemente ferita – su un elicottero in viaggio verso una zona sicura. L’antieroe deciderà di non partire e di restare al fianco del fido Boozer, compagno del suo stesso club di biker, per lui una vera e propria famiglia, forse l’unica. Tra le brutture della pandemia, quello della fratellanza pare uno dei leitmotiv più solidi ed importanti, pure in un ambiente tutto tatuaggi e motori sfrangiati. Days Gone si presenta come un gioco d’azione e sopravvivenza in un open world dall’estensione davvero ragguardevole. La quantità è una delle parole chiave: sono tantissimi gli incarichi secondari da portare a termine, le battute di caccia e gli avamposti da liberare, così come tante e variegate appaiono le aree da esplorare. Il cuore del gioco è costituito da un gameplay che lascia sì ampia manovra agli scontri a fuoco, ma che favorisce anche l’approccio stealth o lunghe fasi di recupero e utilizzo delle materie prime, utilissime per costruire armi di supporto e diversi tipi di trappole.

Days Gone screenshot

In sella alla propria moto Deacon si muove in un mondo estremamente evocativo

Quella di Deacon si tratteggia pian piano come una vita di fortuna, a bordo della sua cara moto da drifter e rischiarata di tanto in tanto da toccanti flashback, che sanno descrivere a parole ed immagini il sentimento che lo lega a Sarah, senza lesinare in incontri fortuiti con le fazioni che popolano i territori inospitali e selvaggi dell’Oregon. Il breve cammino nel passato crea una mescolanza che ha il gusto agrodolce della malinconia, ma che rifugge immediatamente dalla stucchevolezza per la capacità di mescolare dolcezza e brutalità. Già solo nelle prime ore, la prova su strada ci ha portato a conoscere da vicino molte delle forze in campo: i Ripugnanti, una setta di invasati religiosi che crede nell’espiazione dei peccati attraverso la punizione corporale, o i soldati della NERO, una misteriosa organizzazione paramilitare che sembra essere legata alla creazione e diffusione del virus. I dialoghi sono ben scritti, a tratti potenti, capaci di immergerci completamente in un contesto brutale, in cui il cuore della razza umana è stato avvolto dalle tenebre che già albergano, nascoste, nell’animo di ogni uomo e donna, che vi porterà a riflettere almeno per qualche istante su quanto sia facile ed allettante lasciarsi trascinare in un mondo già ampiamente alla deriva.

“È chiaro che il team di sviluppo non sia andato alla ricerca di un taglio originale o innovatore, ma che abbia puntato su una ambientazione efficace, sulle atmosfere e sul carisma dei personaggi, valorizzando il tutto con una sceneggiatura dal forte impatto, capace di risvegliare forti e contrastanti emozioni”È l’aspetto squisitamente ludico di Days Gone quello che per ora ci ha lasciato maggiormente con l’amaro in bocca. I primi momenti presentano al giocatore tutte le dinamiche e le differenti meccaniche che, insieme, compongono il menù, tra sparatorie, sequenze piuttosto tese di esplorazione, fasi stealth tra centinaia di Freaker e lunghe sessioni di viaggio sulla moto. La prima pesante criticità, pad alla mano, è proprio legata alla due ruote (che va anche riparata e rifornita). Cavalcarla è piuttosto frustrante, a causa di in una scarsa responsività generale. Le stesse spiacevoli impressioni si avvertono quando si estraggono le armi e ci si lancia negli scontri a fuoco. Non è possibile ignorare un calcolo delle hitbox poco convincente, animazioni un po’ troppo ingessate – e in alcune occasioni addirittura mancanti! – e un sistema di mira con troppa dispersione. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un macrodifetto che rischia di inficiare l’intera qualità generale, soprattutto perché il gioco ci chiede di sparare e ci invita a farlo senza grosse remore.

In tal senso il sistema di progressione, ricoprirà un ruolo di vitale importanza, passando attraverso lo sviluppo della moto e delle abilità di Deacon, così da rendere le nostre armi più stabili, precise e devastanti. Il nostro ex centauro potrà crescere grazie a tre diversi skill tree, dedicati rispettivamente al combattimento ravvicinato, agli scontri a distanza e alle capacità di sopravvivenza. I punti esperienza da spendere vanno accumulati uccidendo i nemici o dedicandoci a molti incarichi collaterali, come l’epurazione dei Freaker, il salvataggio dei sopravvissuti, l’instaurazione  di rapporti con gli abitanti degli avamposti e altro ancora. La gestione del ritmo, tra momenti quasi contemplativi, in cui distaccarsi per qualche minuto dalla morte e dalle sue conseguenze, magari raccogliendo risorse o sistemando la moto, e altri più dinamici, come quelli di combattimento, sembra donare a Days Gone il giusto passo, anche grazie alla personalità dell’Oregon esplorato nel gioco, molto più che semplice ambientazione (nonostante alcuni difetti tecnici, come una pulizia complessiva ancora migliorabile).

Days Gone screenshot

Deacon non dovrà affrontare solo i Freaker

Rispetto alla build mostrata in altre occasioni Days Gone ha compiuto evidenti passi in avanti, sia sul piano tecnico che su quello squisitamente ludico. Soprattutto è riuscito a evidenziare il messaggio insito nel titolo, la sua più profonda chiave di lettura, l’approccio scelto dagli sviluppatori per raccontare un mondo in cui l’umanità ha perso. Il marcato stile on the road, la dualità dell’animo del protagonista e la cruda violenza di un Oregon che non ha paura di farci scontrare (anche) con Freaker poco più che bambini, sono tutti elementi non possono non innalzare l’interesse nei confronti della produzione, nonostante i dubbi espressi: appare evidente che se Days Gone riuscirà a distinguersi dalla massa sarà più per la sua narrazione che per le scelte ludiche. Per una storia, ce lo auguriamo, emozionante e davvero difficile da dimenticare.

A cura di Andrea Guerriero