Quasi venticinque anni fa, dal lento vorticare dei CD-ROM in una scatola grigia si generò un tornado di immani proporzioni destinato di lì a poco ad abbattersi sul mondo del gaming, mutandolo per sempre. Un tuffo carpiato nel futuro di una virtuale terza dimensione dall’impatto sbalorditivo; il design nell’insieme ergonomico ed elegante delle forme e soprattutto, i giochi: moltissimi, variegati, innovativi, immediatamente iconici. PlayStation divenne subito il nuovo centro di massa per il pubblico del medium interattivo, causandone la diretta espansione: racchiudeva quanto ci fosse di desiderabile e anche ciò che non si pensava di volere, forte di essere piombata nel momento storico giusto e sostenuta da un marketing così aggressivo da imporsi sulla concorrenza.

Un centinaio di milioni di console vendute più tardi, proprio qualche giorno fa Sony ha annunciato PlayStation Classic, una “mini console” che insegue il trend inaugurato da Nintendo, con arrivo previsto per il 3 dicembre al costo di 99,99€. Sebbene il prezzo più elevato rispetto a operazioni similari e l’assenza del controller con doppio analogico abbiano destato qualche perplessità sull’offerta, vi è ancora tanta curiosità attorno al catalogo definitivo dei titoli che verranno ospitati all’interno della PSX in miniatura. Ricordiamo infatti che conosciamo i nomi solamente di cinque titoli su una rosa confermata di venti (Final Fantasy VII, Jumping Flash, Ridge Racer Type 4, Tekken 3, Wild Arms), mentre quelli dei restanti, con ogni probabilità, dipenderanno dall’esito di misteriosi accordi ancora in corso tra Sony e le varie software house di terze parti.

Chi vi scrive ha particolarmente a cuore la questione – ancora apertissima – circa l’assenza di garanzie volte alla preservazione culturale del medium videoludico e il conseguente oblio nel quale giocoforza rischia di incorrere una grande fetta di prodotti del passato: occasioni come PlayStation Classic sono quindi preziose per permettere al pubblico del presente di conoscere titoli di qualità, magari penalizzati in origine da una distribuzione limitata a determinati territori e dalla mancata disponibilità all’interno delle attuali librerie dei negozi online. Abbiamo perciò selezionato con attenzione cinque titoli che gradiremmo vedere inseriti nel catalogo, evitando volutamente i nomi più blasonati per evidenziare piuttosto nomi meritevoli che non hanno mai raggiunto l’Europa, oppure che non sono comparsi sul PlayStation Store successivamente. Per pura coincidenza, quattro titoli su cinque portano la firma di Squaresoft.

 

Parasite Eve (1998)

Oggi gode blandamente di uno stato di cult presso una nicchia di appassionati, ma all’epoca Parasite Eve segnò un punto di svolta notevole lungo il percorso creativo dell’allora Squaresoft. Concepito come seguito diretto dell’omonimo romanzo scritto da Hideaki Sena nel 1995, questo atipico RPG d’azione a tinte sci-horror fu il primo gioco della compagnia giapponese ad essere esplicitamente rivolto a un pubblico adulto, contribuendo al fenomeno J-horror che andava propagandosi in quegli anni. La singolare quanto contorta vicenda, narrata con grande dispiego di filmati in CG, si dipana a partire dal mistero celato dietro un inspiegabile incidente avvenuto nel corso di un’opera teatrale, durante la quale quasi tutti gli spettatori sono vittime di autocombustione spontanea: unica sopravvissuta è la bionda protagonista Aya Brea, recluta della polizia di New York, che indagherà su una cospirazione ordita contro l’umanità da parte di una coscienza alveare capace di sfruttare l’energia chimica prodotta dai mitocondri cellulari.
Se tutto ciò vi appare assurdo quanto intrigante, non vi biasimiamo di certo. Dalla stretta collaborazione di nientemeno che Hironobu Sakaguchi (il padre di Final Fantasy) nelle vesti di produttore e Takashi Tokita (Chrono Trigger) in quelle di director, nacque un bizzarro ibrido che amalgama i classici combattimenti a turni con le istanze action e le derive mutagene del popolare Resident Evil. Venti anni dopo l’immaginario di Parasite Eve suscita ancora un certo fascino, il che lo rende anche un perfetto candidato per un futuro remake. Per adesso, comunque, ci accontenteremmo di poter rivivere l’esperienza originale.

 

 

Bushido Blade (1997)

Ben prima di sviluppare giochi dedicati a Hello Kitty (!), il team di Lightweight caratterizzò il periodo più sperimentale di Squaresoft dando alla luce un fighting game decisamente innovativo e ancora oggi sorprendente. Nessun limite di tempo, nessuna barra della vita: solo intensi duelli all’ultimo sangue fra nobili samurai, l’esito dei quali sancito esclusivamente dalla messa a segno di un singolo colpo letale. Violento ed elegante nel suo realismo, Bushido Blade esalta i lunghi scontri dettando ritmi tesi e cerebrali, e ponendo particolare accento sulla tattica e sul posizionamento strategico; non solo rispetto allo sfidante, ma anche all’area circostante. A distanza ravvicinata si possono infatti assumere tre posizioni di guardia (a cui corrispondono differenti attacchi per ognuna delle otto armi) da alternare per aprire un varco nella difesa avversaria, mentre è possibile muoversi liberamente per studiare il vasto ambiente sfruttandone a favore gli elementi per mettere pressione, come gli alberi. Persino il codice d’onore dei guerrieri orientali, il Bushido appunto, viene reso meccanica di gioco: azioni come colpire il nemico alle spalle o gettare sabbia negli occhi vengono considerate disonorevoli, comportando un’immediata sconfitta. Forte di un discreto successo solo in Giappone che gli è valso un seguito, Bushido Blade meriterebbe degna riscoperta anche qua da noi.

 

 

The Legend of Dragoon (1999)

Gli anni della prima PlayStation vengono ricordati con affetto come una vera e propria epoca d’oro per i JRPG, considerando la quantità e l’alta qualità media degli esponenti del periodo. Il clamoroso successo riscosso da Final Fantasy dal suo arrivo su PS1, in particolare, spinse la stessa Sony Computer Entertainment a investire massicciamente sul genere per dire la propria. Cento persone, tre anni di sviluppo, budget di 16 milioni di dollari: oggi potremmo quasi sorridere, ma al tempo The Legend of Dragoon fu una produzione di enorme caratura, certamente la maggiore su PlayStation. A ricordarcelo sono soprattutto la curata veste grafica a metà tra 2D e 3D e il notevole livello di dettaglio dei filmati in computer grafica, che nulla avevano da invidiare a quelli prodotti da Squaresoft. La premessa narrativa e la struttura ludica di base non si discostano poi troppo dai classici canoni del genere: un giovane spadaccino alla ricerca di un’amica d’infanzia rapita da un esercito malvagio; scontri casuali, rigorosamente a turni, dai qualli trarre esperienza utile allo sviluppo del party. A fare la differenza rispetto ai numerosi congeneri è la meccanica delle Addition, un sistema di combo potenziabili basato sull’esecuzione puntuale dei comandi (similmente a quick time event) e, naturalmente, le spettacolari trasformazioni dell’eroe nel devastante Cavaliere del Drago. Il fatto che The Legend of Dragoon sia un prodotto interno Sony rende il suo ritorno su PlayStation Classic il più plausibile della nostra lista.

 

 

Einhänder (1997)

Sul finire degli anni ’90, Squaresoft si trovava all’apice di uno stato di grazia irripetibile. Non paga di essere divenuta sinonimo stesso del genere JRPG, azzardò perfino una coraggiosa incursione nel genere shoot ‘em up, uscendone drammaticamente vincente. Perché Einhänder era sì uno shooter a scorrimento vecchia scuola dai movimenti vincolati alle due dimensioni, ma sfoggiava anche un dinamismo dell’azione (sfiorante spesso il 3D puro) e un’estetica cyberpunk d’alta classe difficilmente ravvisabili. Il nome del titolo (termine tedesco per indicare una spada a una mano) fa riferimento al braccio meccanico – liberamente orientabile a 180° – in dotazione alla navicella spaziale, con cui è possibile strappare dai velivoli nemici le armi e assemblare un vasto arsenale composto da missili guidati, granate e spade laser. Ad arricchire l’esperienza sensoriale vi è poi l’eccezionale colonna sonora di Kenichiro Fukui: complesse partiture di matrice electro/techno dalle tonalità glaciali e asettiche in grado di pompare adrenalina a fiumi, specialmente durante le articolate boss fight. E aveva persino una storia curata. Le possibilità che Einhänder venga incluso su PlayStation Classic si aggirano attorno all’1%, ma sperare non costa nulla no?

 

 

Xenogears (1998)

Siamo ora al cospetto di un autentico mostro sacro dei giochi di ruolo, ancora una volta firmato Squaresoft, ancora una volta pericolosamente situato in zona capolavoro. Intriso di simbologia religiosa e tematiche debitrici delle riflessioni psicanalitiche di Freud e Jung, Xenogears ebbe luogo da un vecchio concept per Final Fantasy VII, poi scartato perché “troppo oscuro e complicato”; fortunatamente a Tetsuya Takahashi venne concesso di plasmare separatamente la sua ambiziosa creatura. Il suo sforzo e quello dei suoi collaboratori collimarono in quello che è ritenuto indiscutibilmente uno dei migliori videogiochi di sempre, anticipatore di una visione autoriale che avrebbe fatto proseliti negli anni successivi. Sì, e ciò nonostante la celebre controversia legato al secondo disco, laddove la narrazione prendeva il sopravvento sulla fase ludica nel tentativo di conservare il più possibile la visione originale della storia nonostante le limitazioni imposte da Squaresoft. È davvero difficile esplicare in poche righe la grandezza e l’importanza di Xenogears, consistente in qualcosa di ben più elevato della banale somma delle parti relative all’ottimo combat system, alla maturità della narrazione e alla complessità dei suoi personaggi. Il medium videoludico sarebbe oggi maggiormente ricettivo nell’accogliere un’opera così complessa e particolare: non resta che incrociare le dita.

 

 

Menzioni d’onore: Chrono Cross, Tenchu: Stealth Assassins, Tombi!, Klonoa: Door To Phantomile.