Lo scetticismo è assolutamente comprensibile. Anche l’amarezza, la delusione, la frustrazione nel vedersi nuovamente negata la possibilità di vedere, sul serio s’intende, cosa offrirà Death Stranding al suo potenziale pubblico, un audience che, dopo questa apparizione alla conferenza di Sony che anticipa l’apertura ufficiale dell’E3, sembra essersi inesorabilmente assottigliato, disciolto e consumato dallo stesso hype che Hideo Kojima ha saputo tessere ed accrescere a suon di trailer criptici, tweet sibillini, la lenta e progressiva edificazione di un cast degno di una produzione hollywoodiana.

La strategia del game designer nipponico, insomma, è pericolosa, evidentemente controproducente e masochista, improntata su una manovra di marketing totalmente controcorrente rispetto agli standard non solo nel mondo dei videogiochi, ma anche nell’industria cinematografica.

Sì, perché oggi come oggi, entrando in sala, pronti a deliziarci con il nuovo capitolo di Jurassic World o curiosi di scoprire le sorti degli Avengers, sappiamo già quasi tutto sul tipo d’esperienza veicolata dal film di turno. L’effetto, se possibile, è ulteriormente esasperato nel caso di produzioni tripla A pronte a sbarcare sui PC e console di tutto il mondo. Questo E3, per esempio, ha già svelato cosa ci attenderà nell’Antica Grecia di Assassin’s Creed Odyssey, come combatteremo tra le strade della Washington DC riprodotta in The Division 2, quanto sarà divertente sfrecciare tra le strade della Gran Bretagna in Forza Horizon 4.

Death Stranding screenshot

Il dialogo tra Sam e il nuovo personaggio femminile amplia a dismisura l’alone di mistero su cosa renda tanto speciale il protagonista

Hideo Kojima, che nelle future pagine di storia corre il rischio di “macchiarsi” della definizione di artista contemporaneo, liberandosi, in un colpo solo, di quella di game designer, limitante, e di regista (mancato), totalmente erronea, sta certamente nascondendo come può le lacune e i ritardi di un progetto complesso, eccessivamente stratificato, pretenzioso di molto tempo e denaro.

A due anni ed altrettanti E3 dal suo annuncio, in molti speravano di sapere di più su Death Stranding, giunti a questo punto, di conoscerne quanto meno le coordinate spaziali e temporali, di avere un’idea sommaria sul gameplay su cui reggerà l’avventura. È umano, comprensibile, quasi fisiologico per i ritmi e i meccanismi dell’industria videoludica.

Nulla di tutto questo. Hideo Kojima sta semplicemente tramutando necessità in virtù, soverchiando il normale iter di una produzione attesissima, restituendoci, almeno per il momento, il piacere della scoperta, della meraviglia, della sorpresa. Già, la sorpresa, bene quanto mai raro in un’epoca in cui tutto deve essere organizzato in ogni minimo dettaglio, pianificato al secondo, proposto ed offerto in un linguaggio il più possibile comprensibile; valuta e moneta che, tra le molte altre cose, sancisce e determina un’opera d’arte.

“forse Hideo Kojima vuole restituirci proprio questo, la gioia di esplorare l’ignoto in prima persona, senza salvagente, senza funi di sicurezza, lasciandoci correre il rischio di restare scottati da un’esperienza che potremmo anche trovare deludente”Senza voler filosofeggiare più del dovuto, forse Hideo Kojima vuole restituirci proprio questo, la gioia di esplorare l’ignoto in prima persona, senza salvagente, senza funi di sicurezza, lasciandoci correre il rischio di restare scottati da un’esperienza che potremmo anche trovare deludente, tutt’altro che in sintonia con le nostre inclinazioni, largamente incomprensibile ed imperscrutabile, proprio perché forgiata su un linguaggio che non è il nostro.

Kojima sta giocando d’azzardo e bluffando laddove di solito non si fa altro che rassicurare publisher, critica specializzata, fan di tutto il mondo. E la cosa ci dà un immenso fastidio, perché irrispettosa, inedita, inusuale.

Così, per molti, Death Stranding diventa semplicemente un simulatore di pizza pony in un futuro distopico. Quasi a cancellare, con un’alzata di spalle, le infinite ed intense suggestioni che il trailer mostrato all’E3 2018 sa comunque creare sia grazie ad un engine grafico sfruttato a dovere per tratteggiare immensi paesaggi carichi di malinconia e sospesi nel tempo, sia con nuovi personaggi, dialoghi ed inspiegabili avvenimenti che non fanno altro che arricchire ulteriormente un lore già di per sé sconfinato e che, tra le altre cose, rimandano chiaramente a situazioni e meccaniche che andranno ad arricchire il gameplay.

Difficile averne certezze allo stato attuale dei fatti, ma non è così assurdo pensare che Kojima si sia semplicemente preso gioco di noi, mostrandoci una minuscola parte di ciò che andrà a comporre la sua creatura, una sezione comunque presente in praticamente qualsiasi altro titolo mai prodotto: il camminare, l’arrampicarsi, il procedere verso una destinazione, qualunque essa sia.

Infondo, anche in molti altri giochi non si fa altro che portare qualcosa o qualcuno da un punto della mappa, all’altro. La differenza consiste nel come e, soprattutto, sul perché. Da questo punto di vista Death Stranding potrebbe celare molte sorprese.

Lo scetticismo, l’amarezza, la delusione, persino la frustrazione, insomma, sono assolutamente comprensibili ed accettabili, ma non la malafede, non il bollare ironicamente Death Stranding come un patetico walking simulator.

La release date della produzione Sony è ancora lontanissima. C’è tutto il tempo del mondo per scoprire qualcosa di più sul gioco, persino per privarsi del piacere della scoperta con futuri video di gameplay che spieghino per filo e per segno ogni aspetto di Death Stranding. La speranza del sottoscritto, tuttavia, è che Hideo Kojima prosegua su questa scia.

Perché l’aver dato vita ad una community così attiva e motivata, nella creazione di teorie che tentano di spiegare significato e senso dei trailer sino a qui mostrati, è già di per sé un modo di fare arte, un’arte capace di far ragionare, di creare un dibattito, di attivare connessioni e rimandi ad altri prodotti culturali. Il che, per un game designer, per un regista mancato, non è affatto poco.