I giochi di David Cage hanno sempre fatto discutere. C’è chi li ha amati alla follia e c’è chi invece li ha criticati furiosamente, attaccando il tipo di gameplay o addirittura la struttura narrativa, rea di avere enormi buchi nella scrittura. È comunque certo che sia Beyond: Two Souls sia Heavy Rain sono stati capaci di mostrare un utilizzo del meda videoludico del tutto particolare, spesso regalando spunti interessanti e avvolgendo il giocatore in una storia dalla quale ci si sentiva comunque sempre rapiti. Con Detroit: Become Human le cose son sembrate sin da subito ancor più interessanti, visto che il tema trattato dalla produzione è uno di quelli imprescindibili per chi ama la fantascienza, e va a toccare punti cari anche a tutti gli appassionati di Isaac Asimov. Il gioco cercherà di umanizzare gli androidi, entrati ormai nella quotidianità della popolazione, cercando di sviscerare tutta una serie di problemi etici attraverso tre diversi racconti, legati da un unico filo conduttore. Ci siamo dunque lasciati abbracciare dal racconto mentre indossavamo le cuffie e ci preparavamo a gustare le prime ore del titolo, speranzosi di uscire dalla sala non solo contenti di ciò che avevamo provato ma anche arricchiti da ciò che avevamo visto, e non ne siamo rimasti delusi.

Detroit: Become Human, per chi ancora non lo sapesse, seguirà le vicende di tre androidi, impiegati in modo completamente diverso da una società ormai legata con un doppio filo alle macchine. La prima, importantissima, sensazione che si ricava prendendo in mano il pad e muovendo pochi passi per Detroit è capire benissimo di avere il controllo di un automa, di un mero composto di silicio e ferraglia, del quale però si compredono perfettamente le emozioni, i ragionamenti e i pensieri, ancora prima che la storia inizi a galoppare. Il merito è di una componente tecnica che definire sublime è davvero riduttivo, un impatto visivo che in più di una occasione ci ha lasciato a bocca aperta per la cura nel dettaglio, per la precisione delle animazioni facciali e per l’espressività di tutti i personaggi, comprimari e comparse incluse.

Detroit: Become Human screenshot

Markus, uno dei tre protagonisti, accudisce un anziano pittore

Non è solo dei protagonisti che parliamo ma di tutto quell’ecosistema che rende credibile e verosimile la storia, di tutti quegli elementi che riempiono un contorno importante, donandogli spessore e facendo capire che il mondo di gioco è vivo e pulsante, che fuori, da qualche parte, ci sono decine e decine di altre storie come quelle che abbiamo vissuto, che si potrebbero esplorare, lasciando così che la mente del giocatore viaggi e tratteggi da sola il resto del contesto. Stiamo forse incensando eccessivamente il gioco per le poche ore che abbiamo giocato e magari poi resteremo delusi da come la storia porterà avanti le avventure principali, ma quanto visto è più che sufficiente per farci dire che si, merita di essere giocato e scoperto, a prescindere dalla qualità complessiva della sua conclusione.

“La prima, importantissima, sensazione che si ricava prendendo in mano il pad e muovendo pochi passi per Detroi, è capire benissimo di avere il controllo di un automa”Se dunque la recitazione è incredibile a fare da vero cavallo di Troia per entrare nell’animo del giocatore ci pensano ovviamente le scelte multiple durante i momenti salienti, che hanno effettivamente un impatto importantissimo sulla storia, tanto che alcune decisioni potrebbero addirittura portare alla morte permanente di determinati personaggi, così come ricorda il tooltip iniziale durante la selezione della difficoltà. Parliamo di bivi attivi e non posticci come quelli visti nelle opere di Telltale Games, cambiamenti che modificano il modo di essere degli androidi, ne sviluppano i ragionamenti, ne modificano il modo di vedere ciò che accade attorno a loro, plasmando storie che saranno diverse da giocatore a giocatore visto che, in fin dei conti, saranno poi loro a piegare in una direzione specifica la volontà dei protagonisti.

I temi trattati, tra l’altro, non sono affatto banali o superficiali e nelle tre storie principali da noi affrontate abbiamo avuto occasione di scavare a fondo argomenti spinosi come l’applicazione della legge, l’arte e l’amore vissute dagli automi, la violenza domestica verso i minori e il loro becero sfruttamento, ma anche la necessità di mentire per sopravvivere e la responsabilità per qualcuno a noi caro. L’elemento principe in tutto questo è sempre il sapere che tutto ciò che stanno vivendo gli androidi è finto, oppure più semplicemente sconosciuto. Un ampliamento del loro sistema operativo non previsto che permette ai protagonisti senz’anima di crescere, di diventare senzienti e di sviluppare idee proprie.

Detroit: Become Human screenshot

Detroit: Become Human avrà anche una componente ludica più tradizionale, da avventura grafica

Detroit: Become Human è tutto questo, ma non dimentichiamoci che è anche un videogioco nella sua forma più pura e giocarlo, per l’appunto, non annoia sostanzialmente mai. Invece di seguire semplicemente le vicende a schermo e optare per varie tipologie di dialogo, il titolo presenta una buona libertà di azione con conseguenze non palesi determinate dalle scelte fatte prima dei momenti salienti. La storia, o meglio le storie dei tre protagonisti, vengono infatti raccontate per capitoli, ognuna come se fosse un pezzo di puzzle a sé stante, con una prima parte solitamente di dialogo nella quale eseguire diverse attività o cercare indizi, per poi arrivare al confronto finale della scena, potendo sfruttare tutto ciò che si è scoperto o fatto poco prima. È qui che le opzioni si ramificano, è qui che viene fuori un’ossatura solida e complessa, con tanto di schermata finale nella quale ci vengono mostrate tutte le ramificazioni seguite e perse, con la possibilità di tornare indietro e ripartire dai checkpoint più importanti per vedere tutti gli altri sviluppi.

C’è tanto gioco quindi in Detroit: Become Human, che si presenta durante questa prima e corposa prova come un’avventura grafica che si lascerà si manipolare tranquillamente dal giocatore ma che saprà anche farlo ragionare e pensare oltre i confini imposti dal gioco. Un’esperienza interessante e di sicuro valore, una nuova esclusiva PlayStation 4 da invidiare.