Non lo si può negare: qualche problema, The Twin Snakes, ce l’ha eccome, costretto e compresso in una sorta di paradosso temporale, lo stesso che caratterizzò in buona sostanza la console su cui fu pubblicato, che finì per mortificarne le ambizioni e castrarne le potenzialità. Vero e proprio remake di un titolo celebre che fece epoca, ben diverso dalle semplici remastered che affollano il mercato contemporaneo, nel suo coraggiosissimo (e folle) tentativo, fu vittima di scelte di design certamente discutibili, nel peggiore dei casi poco accorte nei confronti dell’invisibile, e perfetto, meccanismo architettato da Hideo Kojima.

Le ingenuità, i passi falsi, gli errori di percorso sono tanto più evidenti oggi, figli di una svista concettuale ontologica, cronica, connaturata alla stessa natura del progetto. Un parziale fallimento inevitabile insomma, legato a doppio filo all’assurdo desiderio di far collidere il primo Metal Gear Solid con il suo diretto sequel, quel Sons of Liberty, anch’esso (ingiustamente) vessato dai fan, che a suo modo rilesse e rivoluzionò completamente la saga.

L’idea di base, di per sé, non era malvagia. Prendere un gioco di una generazione di console precedente, potenziarlo graficamente, impepandone il gameplay con alcune trovate “next-gen”, utili a renderlo interessante al pubblico contemporaneo, ma anche a tutti coloro che volevano nuovamente riviversi la lotta tra i due fratelli Snake.

Metal Gear Solid The Twin Snakes screenshot 1

Con Snake Eater in sviluppo e ormai in procinto di esordire, in molti lamentarono una discrepanza, in termini grafici, tutt’altro che ignorabile, tanto più che il Game Cube era ben più performante di PlayStation 2. Questo è certamente un altro aspetto che depone a sfavore di The Twin Snakes.

Il risultato lo conosciamo tutti. C’è chi inorridisce al ricordo del nostro che salta e cavalca, per un battito di ciglia, un missile lanciato da un elicottero; chi fa notare che l’introduzione della prima persona stravolse e appiattì drammaticamente il level design sopraffino dell’originale; chi non perde occasione per sottolineare che lo stesso Kojima escluse The Twin Snake dal canone della serie, rendendolo, di fatto, un capitolo apocrifo, fine a sé stesso e, tanto più per questo, indegno dell’attenzione e della considerazione dei fan intransigenti.

Tutte critiche validissime, condivisibili, soprattutto se si nutre un affetto particolare per l’originale, ma che ignorano tutto ciò che di buono offrì il gioco al suo audience che annoverava, tra gli altri, moltissimi neofiti, all’epoca ignari di chi fosse Solid Snake.

Si tratta di un punto di partenza certamente discutibile, ma non per questo totalmente trascurabile: perché non considerare The Twin Snake per quello che è, senza per forza di cose tirare in ballo la fonte d’ispirazione? Perché, considerando le scelte compiute da Silicon Knights, sviluppatore del remake, non ritenerlo un vero e proprio prequel del nuovo corso della saga, quello in qualche modo inaugurato proprio da Sons of Liberty?

Il cambio di prospettiva non elimina le problematiche inerenti al level design, perché la boss fight contro Ocelot resta comunque uno dei momenti più imbarazzanti dell’avventura, ma serve a inquadrare nella giusta prospettiva ciò che, all’epoca, voleva essere il gioco, cioè una vera e propria rilettura, una libera interpretazione dell’originale.

In questo senso, in primis, va considerato il coinvolgimento di Ryuhei Kitamura, regista e sceneggiatore, noto soprattutto in terra natia, chiamato a dirigere le cut-scene di The Twin Snake, infondendone il suo estro, la sua creatività. Fu lo stesso Kojima a pretendere che l’artista nipponico rivalutasse l’intera vicenda secondo il proprio gusto, non lesinando sulle variazioni, tagli, eventuali ampliamenti.

Dall’uomo che proprio in quei giorni era a lavoro sul film Godzilla: Final Wars, in qualità di sceneggiatore, regista e persino attore, non ci si poteva certo aspettare un ritmo compassato, riflessivo, ancor più accorto nello scavare nelle psicologie dei personaggi tirati in ballo.

Proprio a questo proposito, anzi, non furono apportate grandi modifiche. La sceneggiatura è pressoché identica, quasi a testimoniare la precisa volontà di lasciare intatto il messaggio, il senso globale dell’opera. Inoltre, soprattutto considerando i capitoli successivi della saga, andandosi a rivedere certi episodi e certe scene con protagonista Solid Snake o il suo illustre genitore-non-genitore, l’inorridimento nel vedere alcune gesta atletiche del nostro eroe deve essere per forza di cose ridimensionato. Ingiusto, infine, ritenere completamente sabotata la tematica, squisitamente romantica, del semplice essere umano che sgomina in solitaria un’intera organizzazione terroristica, membri dotati di poteri sovrannaturali inclusi, esibendo come unica prova la già citata scena dell’acrobazia sul missile.

The Twin Snake, semmai, ha il grande pregio di accrescere il pathos, il dramma espresso e impresso nella sceneggiatura, proprio grazie ad una regia ancora più accorta, ricercata, certamente galvanizzata da un hardware molto più performante. Basta citare la scena della morte di Sniper Wolf per avere un’idea sufficientemente chiara del concetto. La miglior modellazione dei volti, le texture estremamente più dettagliate, le animazioni fluide dei personaggi, diedero a Ryuhei Kitamura strumenti espressivi sconosciuti all’originale.

Il nuovo doppiaggio, con qualche eccezione purtroppo, va nella stessa direzione e non sarà certo la mancanza degli accenti caratteristici di Mei Ling e Naomi Hunter a vanificare e svalutare un lavoro indiscutibilmente più accorto, accurato, ispirato.

Metal Gear Solid The Twin Snakes screenshot

Purtroppo la trasposizione su Game Cube portò in dote alcuni problemi legati al control scheme. Avendo meno pulsanti rispetto al Dualshock, con il pad della console Nintendo alcuni comandi erano piuttosto scomodi e difficili da attivare. Nulla di tutto ciò dovrebbe ripresentarsi su Nintendo Switch fortunatamente.

Il gameplay resta certamente l’aspetto più controverso del remake, sabotato dalla feature della prima persona a cui non è corrisposto un conseguente riadattamento e riadeguamento in termini di level design e delle dinamiche che gestiscono gli scontri con i boss. Anche in questo caso, tuttavia, la situazione è stata esasperata da molti, al punto da far passare The Twin Snakes come un gioco semplicissimo da portare a termine, quando, al contrario, ai livelli di difficoltà alti restava un’impresa non da poco giungere agli agognati titoli di coda.

Metal Gear Solid: The Twin Snake merita una seconda chance. Ora che il suo arrivo su Nintendo Switch sembra probabile (per quanto ancora non certo), sarebbe il caso di mettere da parte i pregiudizi e riprendere in mano quello che, a tutti gli effetti, è sempre voluto essere un remake, non una versione potenziata e corretta, o un’edizione più fedele alla visione originale di Hideo Kojima. Il problema principale di molti fan, se vogliamo, è puramente interpretativo, risolvibile, insomma, con una nuova run nella giusta prospettiva.

Affidato alle cure di Silicon Knights, diretto da Ryuhei Kitamura, The Twin Snake è e resterà per sempre una versione (lievemente) più votata all’azione ed esagerata dell’originale. Il messaggio è lo stesso, ma cambiano fotografia, regia, coreografia di certe scene. Il risultato finale è innegabilmente meno omogeneo, più controverso e penalizzato da un’infelice scelta di design, ma non per questo tutt’altro che affascinante, divertente, appassionante. Fu un’occasione irripetibile, per coloro che si persero la release originaria, di godersi le peripezie di Solid Snake con lo splendore di un comparto grafico-sonoro all’altezza delle aspettative, il tutto speziato da alcune innovazioni importate da Sons of Liberty.

Se mai dovesse ripresentarsi l’occasione su Nintendo Switch, sarà il momento per rivedere i propri giudizi negativi su un remake certamente imperfetto, ma degno dell’affetto e dell’approvazione dei fan.