Cresciuta ad una velocità impressionante, il videogame ha raggiunto da tempo una maturità che non ha nulla da invidiare a cinema, fumetti ed altri mezzi di espressione. Eppure si fatica a scollegare il fattore intrattenimento dalla capacità espressiva di questo media, dal desiderio di trasmettere un messaggio, raccontare storie, farci scoprire quotidianità lontane dalla nostra ma altrettanto reali. Il nome video gioco non aiuta sicuramente in questo senso, ma gli appassionati sanno benissimo che dietro a titoli anche commerciali c’è un lavoro di ricerca profondo, volto a proporci versioni virtuali di circostanze reali. Un evento particolare organizzato da Ubisoft in occasione del lancio di Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands ne è un perfetto esempio e ve lo vogliamo raccontare.

Del gioco potete già leggere la nostra recensione, mentre qui tenteremo di rendervi partecipi della profondità e della verosimiglianza tra quanto descritto nel nuovo sparatutto cooperativo Ubisoft ed il mondo del narcotraffico. Ospite d’eccezione all’appuntamento con la stampa era Gianfranco Franciosi, un meccanico navale che tempo fa venne avvicinato da un uomo del cartello della droga. Gli offrì moltissimi soldi in cambio di un gommone e da lì nacque una lunga collaborazione. Ma Gianni (preferisce farsi chiamare così) ci racconta, e lo fa anche nel suo libro Orologi del Diavolo, di come in realtà collaborasse con la polizia e nell’arco della sua carriera ha contribuito all’arresto di pezzi grossi del narcotraffico mondiale. Per farlo si è trasformato in tutto e per tutto in uno di loro, tanto da riuscire a diventare un fidato collaboratore del “chapo” Elías Piñeiro Fernandez boss di uno dei giri di cocaina più grossi dei giorni nostri.

Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands screenshot

La ricostruzione di una Bolivia controllata da uno spietato cartello è estremamente accurata e realistica

“Non sono i soldi ma è il potere, perché hai la forza di muovere il mondo con una telefonata”, ci racconta Gianni. E di soldi ne guadagnava moltissimi. Non aveva realmente paura nonostante la situazione che ha vissuto, perché si sentiva completamente trasformato in un narcotrafficante, era uno di loro a tutti gli effetti. Per capire l’importanza del suo ruolo nella lotta ai cartelli basta citare l’operazione nota come Albatros, portata a termine nel 2008. Grazie a lui, le polizie di diversi paesi europei si sono potute coordinare per colpire una nave ancorata nel mezzo dell’oceano Atlantico, una sorta di super mercato della droga dove si ritrovavano membri delle organizzazioni criminali più disparate. Ma è anche stata questa stessa operazione a fargli rischiare di essere scoperto a causa di una mala gestione dell’operazione da parte di alcune forze dell’ordine. Non solo, la polizia francese l’ha persino arrestato e portato in una prigione di massima sicurezza costruite poco tempo prima per i terroristi. Qui le divise adoperavano metodi illegali come la tortura ed il nostro governo ci ha messo più di 7 mesi prima di segnalare alla polizia francese che non si trattava di un criminale ma di un infiltrato. Il povero Gianni è stato torturato con la corrente elettrica. Per conoscere la sua storia e la forte critica che rivolge allo stato italiano per la pessima gestione della protezione testimoni, vi consigliamo caldamente la lettura del libro che ha scritto in collaborazione col giornalista Federico Ruffo, Gli Orologi del Diavolo.

Al termine del suo racconto ha speso qualche parola anche sul gioco. Un giorno come un altro sente le voci di un trailer provenienti da un computer. Le parole pronunciate dal “chapo” fittizio di Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands sono identiche a quelle che gli aveva rivolto anni prima Elías Piñeiro Fernandez. Gli si è raggelato il sangue nelle vene prima di realizzare che si trattava di un’opera di finzione. Questo però ha risvegliato in lui un certo interesse ed ha accettato di buon grado la proposta di collaborazione di Ubisoft per contribuire a portare un po’ di realtà nella nostra quotidianità. E’ convinto che il gioco abbia questo potere, mostrarci uno spaccato estremamente realistico di quello che è il traffico mondiale di droga. Gianni prima di passare la parola ad un altro ospite, ha risposto ad una domanda dei giornalisti presenti. “Lo rifaresti?”, “no”.

Il legame tra religione e narcotrafficanti è affascinante ed inquietante allo stesso tempo

Prima di tornare a parlare realmente del videogioco, c’è stato uno spazio dedicato ad un altro elemento molto interessante che contraddistingue il mondo dei cartelli sud americani, ovvero il legame con la religione e la superstizione. All’evento era stato ricostruito un altare alla Santa Muerte, una divinità che come potrete intuire, rappresenta l’unica certezza della nostra vita, la morte. Lo studioso Thomas Aureliani ci ha descritto a grandi linee questo culto che spesso viene associato proprio agli spacciatori, ma che in realtà viene praticato da si stima tra i 5 e i 10 milioni di persone in tutto il mondo, Italia compresa. Una figura mistica proibita dalla santa Chiesa, ma nonostante questo seguita da moltissimi sostenitori di fede cattolica. Ma come si coniuga una forte religiosità dei molti membri della criminalità organizzata con le loro azioni illegali, molto spesso estremamente violente? Gli elementi in gioco sono molti, come la volontà di creare un legame con i propri collaboratori dei grandi boss, come accade anche alle mafie italiane, ad esempio. Un altro elemento fondamentale è la volontà di redenzione dai propri peccati, una sorta di modo malato per compensare al male perpetuato da queste personalità. Ciò si concretizza in molti modi diversi, come donazioni anche cospicue e persino contributi come la costruzione di chiese, finanziate col denaro della droga.

Gianfranco Franciosi, meccanico navale che ha lavorato come infiltrato per diversi anni, la sua testimonianza è stata impressionante.

E’ toccato a Cristina Nava chiudere il cerchio di questo interessante evento, in qualità di direttrice dello studio Ubisoft Milan. La compagnia francese ha infatti una sede anche in Italia dove lavorano sviluppatori nostrani in collaborazione con filiali di tutto il mondo. Tra i loro lavori ci sono capitoli di saghe come Splinter Cell e Assassin’s Creed, ma anche qualche Just Dance! Nel caso di Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands, l’apporto made in Italy ha consisto nella creazione dell’intero sistema che gestisce il traffico. Ciò significa che giocando al titolo se prenderete un mezzo, di terra, aria o acqua che sia, starete usufruendo di qualcosa creato proprio negli studi milanesi di Ubisoft. Ciò si concretizza in circa 800 km di strade, più di 60 veicoli differenti e un’intera ferrovia implementata nel gioco.

L’evento Ubisoft ci ha ricordato dell’incredibile lavoro che spesso c’è dietro a videogiochi, siano piccole opere d’arte indie che colossali blockbuster, proprio come Ghost Recon Wildlands. E’ sicuramente positivo che un prodotto di intrattenimento come il videogioco abbia l’opportunità di portare nelle nostre case degli spaccati di vita reale anche difficili e violenti come il mondo del narcotraffico.