Giocare The Last Guardian e goderne appieno può essere, per molti, una battaglia. Si può arrivare al cospetto dell’ultima idea di Fumito Ueda con vari stati dell’animo, si può averla attesa per anni così come si può essere solo molto curiosi, se non essere del tutto indifferenti alla poetica del game designer giapponese. Non è una premessa inutile, perché a seconda di quale categoria il giocatore appartiene è disposto a concedere molto, qualcosa o niente al gioco. Le opere di Ueda sono, da sempre, figlie del compromesso, è difficile che vengano universalmente apprezzate, per varie questioni, siano queste le meccaniche di gioco, la loro implementazione o le problematiche tecniche. La stipula del patto tra gioco e giocatore è quanto poi fa sì che molti le riconoscano come capolavori: non si tratta di voci visionarie, ma di persone che sono riuscite ad andare oltre limiti evidenti, riuscendo a vivere un’esperienza intensa.

L’accettazione di alcuni problemi che viene richiesta al giocatore è un qualcosa di normalissimo, anche nei giochi di qualità, ma se generalmente avviene in fieri, in The Last Guardian è il punto di partenza, perché fin dai primissimi istanti si sbatte fortissimo la testa contro magagne il cui grado di accettabilità dipende da giocatore a giocatori, ma che sono evidenti e delle quali non si può tacere. Il sistema di controllo è goffo, il ragazzo si muove impacciato e con pochissima precisione, quando ci si ritrova a doversi arrampicare sul dorso del suo animalesco amico, Trico, si fa fatica a districarsi; la telecamera è imbarazzante, inaccettabile per quella che dovrebbe essere una produzione ad alto budget, s’imballa, si perde, va totalmente in tilt appena gli spazi si fanno leggermente ristretti; il frame rate è, senza giri di parole, osceno, capace di crollare in maniera ignobile persino al chiuso, persino quando sullo schermo ci sono solo il ragazzo e Trico. Questo è il boccone che il giocatore deve ingoiare subito, può andare giù serenamente, scendere come una medicina cattiva, pronto a risalire, o rimanere lì, a strozzare il divertimento.

The Last Guardian screenshot

Quasi quasi mi pento di averti liberato

Tutto questo per dire come per lo scrivente giocare e completare The Last Guardian sia stata una fatica immane. A me il boccone non è andato giù, ci ho provato varie volte ad ingoiarlo, ho persino metabolizzato facilmente, meglio di molti che in tale elemento hanno visto il problema maggiore del gioco, la metodica con la quale impartire comandi a Trico, che generalmente mi è sembrato reagire sempre bene, e quando non lo faceva era per caratteristiche del level design, come la vicinanza tra due punti focali, e non per l’implementazione di un fantomatico grado di selvaticità, per il quale occasionalmente avrebbero avuto senso certe mancate reazioni, che molti vorrebbero nel gioco ma che, con ogni probabilità, non c’è. Detta brevemente, no, Trico non è programmato per comportarsi un po’ come vuole, non è programmato, per esempio, per giocare all’infinito con un barile, se poi basta raccoglierlo e rimetterglielo davanti per farglielo inghiottire subito.

“Ho sofferto nel completare The Last Guardian e se ci sono riuscito è solo per colpa di un mio personalissimo disturbo”

Nel mio protendermi verso la mano di Fumito Ueda quindi un certo sforzo l’ho profuso, e mi sono persino stupito nell’utilizzare una certa tolleranza verso questo aspetto in particolare. Verso tutti gli altri mi è risultato impossibile farlo, mi è risultato impossibile farmi coinvolgere dal gioco, vivere l’esperienza che in teoria avrei dovuto sperimentare, guardare con occhio incantato il rapporto tra il ragazzo e Trico. Troppe volte infatti è intervenuto un problema a dare un colpo alla mia pazienza, in alcuni frangenti messa a durissima prova, come quando, poco prima dello scontro finale, per vari minuti il frame rate ha deciso di andare al rallentatore. Ho sofferto nel completare The Last Guardian e se ci sono riuscito è solo per colpa di un mio personalissimo disturbo, per il quale devo finire praticamente tutta la roba che inizio (sì, mi farò curare, no, almeno la roba oscena non la finisco).

Il buono oggettivo che il gioco ha, dal level design all’ambientazione alla direzione artistica (e basta, in realtà), è continuamente sotto attacco, gli arrivano addosso palle di cannone che ne demoliscono la struttura. Se si manca il primissimo momento dell’accettazione non c’è niente, assolutamente niente che possa far cambiare idea, non momenti particolari, non soluzioni ludiche particolarmente intriganti: questo è un altro problema del gioco, che in altre produzioni verrebbe fuori, ma che nell’opera di Ueda è quasi invisibile, perché coloro che riescono a stabilire con essa una connessione all’inizio si nutrono di quella connessione, non delle sue qualità ludiche, coloro che non ci riescono devono costantemente sopportare problemi ben più gravi.

The Last Guardian screenshot

Lo screenshot è bello, ma in movimento va a 20 frame al secondo

E’ un’espressione strabusata, ma probabilmente con The Last Guardian non esistono davvero mezze misure. O scocca immediatamente la scintilla, o ci si sbatte continuamente contro, fino ad abbandonarlo. Posso dire, almeno, di averlo completato, ma non è stata un’esperienza piacevole. Niente affatto.