Quando si parla di archivi, cartacei o fotografici che siano, il valore dell’originale non viene mai messo in discussione. L’archivio concreto non deve mai perdere il suo ruolo di fonte, di materia prima. Anche il supporto, quella carta polverosa, a volte rovinata o illeggibile, contiene informazioni importanti. Nel caso degli archivi, che pur vanno incontro a imponenti progetti di digitalizzazione, la motivazione nasce da una constatazione tanto banale quanto rilevante: si tratta di documenti unici, spesso preziosi. Il conservatore si preoccupa quindi di salvaguardare la concretezza fisica del bene su cui opera, garantendo al contempo la sopravvivenza delle informazioni di cui esso è veicolo. In biblioteca la situazione è un po’ diversa, perché non siamo di fronte – tranne in alcuni casi – a documenti unici e rari per i quali il concetto di originale continua ad avere una certa valenza, ma a semplici copie al servizio del pubblico e della diffusione della cultura. Di biblioteche digitali si parla spesso e non è difficile immaginare un futuro in cui l’utente non dovrà più uscire di casa per consultare quel volume: gli basteranno due click per visionare qualsiasi testo direttamente dal proprio salotto. E per fare la spesa, e per comprare qualunque cosa. Il sogno di ogni hikikomori.

La digitalizzazione della cultura non è un traguardo fatto solamente di vantaggi e barriere infrante. Porta con sé problematiche di varia natura, che spaziano dalla questione dei diritti a quella dell’accesso alla tecnologia. C’è pur sempre di mezzo una macchina, che bisogna saper usare e gestire. Chi ci garantisce, poi, che quel formato sopravviverà in eterno? L’obsolescenza tecnologica non è una leggenda metropolitana. Lo sanno bene i videogiocatori, costretti a rivolgersi all’emulazione per accedere a opere che altrimenti rischierebbero l’oblio. Qui però parliamo di carta e archivi, non di giochi. Nella fattispecie, parliamo di riviste. I giocatori d’altri tempi ricorderanno edicole sovraccariche di magazine specializzati, alcuni di qualità, altri meno. Oggi la situazione è un po’ diversa, pochi magazine sono sopravvissuti e la maggior parte dell’informazione s’è spostata online. Pure questo articolo è online. Quelle vecchie riviste, tuttavia, sono una risorsa notevole in mano allo storico: ci parlano dell’evoluzione della critica videoludica, dell’accoglienza ricevuta da un titolo in una determinata epoca, di una visione del medium che va di pari passo con il progresso tecnologico. Sottovalutarne l’importanza sarebbe sciocco.

Riviste specializzate

Il peso della carta

“I segni del tempo conservano un fascino che il digitale fatica a restituire”

Si può allora procedere in due modi. Come fanno i ragazzi di RetroEdicola Videoludica, digitalizzando il più possibile e condividendo online le riviste d’epoca nella loro interezza. Un progetto apprezzabile e in costante divenire. L’obiettivo, sostengono i curatori, è realizzare il sogno di molti videogiocatori: “poter leggere liberamente in formato digitale ogni rivista italiana uscita in edicola”. Dopo essersi registrati, si ha libero accesso alle riviste scansionate. Si possono sfogliare le riviste pagina per pagina, zoomare. L’utile lavoro di indicizzazione, che consente di conoscere gli articoli contenuti in ogni numero, è ancora in corso. Oppure si possono valorizzare gli originali. Accanto al fondo dei giochi, l’Archivio Videoludico custodisce anche un fondo di riviste specializzate che sta via via crescendo nel corso del tempo. Sono più di mille i numeri presenti: non solo vecchie riviste ma anche magazine tuttora distribuiti, italiani e stranieri. Nel catalogo ogni scheda è accompagnata dall’elenco dei giochi citati all’interno della singola rivista (in anteprime, recensioni, speciali o box). Devi fare una ricerca sulla saga di Final Fantasy? Tramite il campo ricerca libera si possono individuare le riviste nelle quali sono contenuti articoli dedicati alla serie Square Enix. Nel caso dell’Archivio Videoludico, però, l’utente è costretto a uscire di casa. Il ricercatore che viene in biblioteca può usufruire delle altre fonti (libri, tesi, i giochi stessi) e avvalersi del supporto del personale.

Non siamo di fronte a documenti d’archivio, unici e preziosi, ma a riviste riprodotte in chissà quante copie. Perché valorizzarle? La digitalizzazione è cosa buona e giusta – sia perché permette di salvare l’originale, sia perché ne consente una comoda condivisione – ma c’è qualcosa che irrimediabilmente va perduto nel passaggio da supporto fisico a codice binario: le copertine strappate, le pagine rovinate, il peso della carta. I segni del tempo conservano un fascino che il digitale fatica a restituire. Al digitale manca sia la mediazione umana – che può essere sopravvalutata quanto vuoi ma riserva continue sorprese – sia quel fattore nostalgia che la fruizione a schermo non riesce a trasmettere allo stesso modo. Stabilire un contatto fisico con quelle riviste, oggi, significa stabilire un netto contatto col passato e, nel caso dei nerd, coi propri ricordi.